Mi chiamo Hollie Bangladesh e gioco a rugby. Mi correggo, io non gioco a rugby, il rugby mi è entrato nell'anima e nel corpo un bel giorno di autunno quando un mio compagno di scuola mi convinse a seguirlo al campo la sera, per partecipare all'allenamento della squadra del paesino nel quale mi ero trasferito da poco. Era un piccolo paese del nord, dove a parte la nebbia e il freddo c'era davvero poco. Ma di quel "poco" faceva parte il rugby e, lasciatemelo dire, mi bastò poco per convincermi che non avrei avuto bisogno d'altro. Fu come per magia, forse fu la terra del campo che entrò in circolo nel mio corpo dalle fantastiche e profonde escoriazioni delle mie ginocchia dopo il primo "chilometrico" placcaggio (in realtà mi aggrappai ai pantaloncini di una seconda linea che corse per circa metà campo trascinandomi con sé in meta), ma quello sport entrò nel DNA.

Ma adesso sono qui, a scrivere a non so chi, nella soffitta di casa mia, molte centinaia di chilometri più a sud del paese dove la mia vita cambiò, in un posto dove il rugby non si sa cosa sia, dove non ho la possibilità non dico di vedere o giocare una partita, ma addirittura di parlare con qualcuno di questa magia che è la palla ovale.

Sono Hollie Bangladesh e questa è la mia storia:
Chi mi salverà? Per anni mi sono posto questa fatidica domanda, chiedendo aiuto al cielo, a qualche divinità della palla ovale, che sembrava non sentire il mio accorato appello che parte da un luogo dove persino i muri parlano solo di calcio. Mia moglie odia questo sport, al lavoro nessuno sa nulla di ruck, maul e mete. Ma capì che dovevo essere artefice della mia salvezza, come su un campo da rugby non potevo aspettare che qualcuno facesse il mio sporco lavoro. Dovevo essere io a salvare me stesso. Come accadeva in campo, dove il mio ruolo era quello di ala, dove per interi quarti d'ora parlavo solo con la linea laterale, punto di riferimento, compagna di piovose partita durante le quali pretendere di ricevere un pallone era un'utopia, che di improvviso diventava nemica acerrima e complice del difensore, che non attendeva altro che la mia corsa diventasse troppo laterale per spingermi fuori con la sola pressione di un paio di dita sulla mia spalla. Era giunto il momento, l'avversario aveva calciato male, la palla non era uscita fuori ed io l'avevo presa al volo: dovevo solo portarla avanti, il più avanti possibile e nel miglior modo possibile: o in meta o a disposizione dei miei compagni.

Ecco signori miei: la palla stavolta era una notizia e io dovevo sfruttarla al meglio. In questo posto assurdo, dove di ovale non c'erano nemmeno le uova che ogni tanto la sera cucinavo per me e la mia consorte, mi era giunta la notizia dell'esistenza di una specie di rigattiere, il cui titolare era di origine normanna, tale Johannes Sonegich, pieno di cimeli rugbistici, un posto dove potevi trovare di tutto, dalle scarpe del primo pilone che abbia calcato un campo di rugby alla maglia di Zinzan Brooke, dalle foto della prima nazionale italiana alla maglia dei Gladiatori.
Insomma il posto che avevo sempre sognato di avere a portata di mano. Ed era lì, a poche decine di chilometri da casa mia.
Beh la decisione era presa: l'indomani sarei saltato in macchina e sarei andato a trovare Sonegich per star lì a parlare di tutto ciò di cui non avevo parlato negli ultimi anni.

Mentre guidavo la macchina fantasticavo di epici racconti di battaglie consumatesi in mezzo al fango di uno sperduto campo di periferia o di incontri internazionali che vedevano l'uno contro l'altro i più grandi nomi del rugby mondiale, che per me avevano lo stesso identico sapore. Uomini che combattevano al limite delle proprie possibilità per una vittoria contro le proprie paure prima che contro l'avversario. Forse era proprio questa la magia di questo sport: Il fatto che il grande campione possa guardare col medesimo rispetto il giocatore di provincia, perché sa che anche lui, al suo livello gioca con lo stesso spirito che il campione ha negli incontri internazionali.

Giunto di fronte alla porta del negozio inizia a tremare come un ragazzino: non stavo più nella pelle. Entrai come un forsennato mi presentai al maturo Johannes Sonegich e lo travolsi con la mia parlantina rugbistiica che per troppo tempo era rimasta silente, repressa da una apartheid calciofila. Ma Sonegich fu abbastanza composto, affabile, ma composto.
E quando gli chiesi cosa potessi acquistare da lui, in quel posto pieno di cimeli carichi di storia, qualcosa che potesse farmi sentire meno solo, meno isolato dal resto del mondo ovale, egli, con mio grande stupore, mi indicò uno specchio!!!!! Uno specchio? Pensai dentro di me che il maturo signore mi stesse prendendo in giro. A cosa poteva servirmi uno specchio? Cosa aveva a che fare col mondo ovale che sognavo e agognavo da tempo?
E gli chiesi a cosa servisse.
Egli rispose: "Hollie Bangladesh, devi aver fiducia in me. Prendi lo specchio, portalo a casa e parla di rugby con lui. So che non mi crederai, ma ti si apriranno mondi che nemmeno pensi possano esistere. Abbi fiducia, prendi lo specchio, è un regalo. Corri a casa e fa come ti ho detto".
Non potevo credere a quanto sentivo, ma quasi inebetito presi lo specchio, antico ma in buone condizioni, e lo portai a casa. Mia moglie mi chiese quanto avessi speso per quello specchio che nulla aveva a che vedere con l'arredamento della nostra dimora, ma io la tranquillizzai. Le dissi che era un regalo di un vecchio amico e che lo avrei riposto nella soffitta.
D'altronde era impensabile che mi mettessi a parlare ad uno specchio davanti a mia moglie!!!! E si, signori miei, perché io avevo deciso di seguire il consiglio di Johannes Sonegich: avrei parlato di rugby allo specchio!!!!

D'altronde che cosa avevo da perdere, chi poteva vedermi? Anche se si fosse trattato di un semplice scherzo, di una burla da terzo tempo, che conseguenze poteva avere? Nessuna, pensai. E attesi la sera per iniziare la mia "conversazione".
Cenai, guardai con indolenza i programmi in tv e quando mia moglie mi diede la buonanotte corsi in soffitta, in silenzio, mi sedetti davanti allo specchio e mi guardai fisso negli occhi.
Ma cosa fai, Hollie? Ma sei impazzito? Parlare di rugby ad uno specchio? Ma tanto qui non troveresti nessuno disposto ad ascoltare i tuoi racconti ovali, nemmeno un sordo. E allora che ti costa, su parla, parla!!!!

E parlai.
"Beh specchio delle mie brame (si va beh Hollie, adesso esageri, pensai) ti ricordi di quella volta che al campo, durante il terzo tempo, mettemmo il pepe rosso sui tovaglioli della dirigenza? Beh forse esagerammo, non credi?"

Non succedeva nulla, ma continuai (ma cosa doveva succedere poi?).
D'un tratto lo specchio si illuminò, una strada sembrò aprirsi al suo interno e io, come attratto da un potere superiore mi incamminai verso il sentiero. Il mio viso bruciava, ma le mie gambe andavano avanti imperterrite, come se stessi compiendo gli ultimi passi di una lunga cavalcata verso la meta.

D'un tratto mi trovai in un posto meraviglioso, pieno di alberi e fiori, fiumi che scorrevano limpidi, cascate, montagne, uccelli che volavano liberi in cielo. Alzai lo sguardo e vidi un essere meraviglioso (ad essere sinceri, col senno di poi, dirò che faceva un po' schifo, ma indossava una maglia da rugby e stringeva sotto il braccio un pallone ovale, e volava!!!!!) che si dirigeva verso di me.
Atterrò davanti a me e disse "Uè guagliò, ma tu chi sei?"
"Sono Hollie Bangladesh, stavo parlando ad uno specchio e .."
"O ssapev'io, Sonegich ha dato in giro n'ato specchio, ma come dobbiamo 'fa?
Il Professor W aveva detto di stare tranquilli, di non esagerare, che Wupland non è alla portata di tutti.."
"Wupland Professor W?, Ma di che parli, cos'è Wupland, chi è il Professore e tu chi sei?"
"Uè uè, guagliò, statti quieto, qui le domande le faccio io! Io sono Spidermax.."
"Si dice Spaider.."
"Uè bella bella, si dice Spider, song'e Napule"
"Beh ok, scusa, continua pure"
"Dicevo sono SpiderMax e sono il capo dei W-men. Tu sei su Wupland, il paradiso di tutti coloro che amano il rugby e che ne hanno fatto una filosofia di vita. Se Sonegich ti ha donato uno dei nostri specchi vuol dire che tu rugby lo ami proprio!!! Vieni con me ti presenterò al professore e a tutti i W-men."

E andai con lui, conobbi il Professor W, tutti i W-men, bevvi il fluidus morettus, vidi i filmini didattici di Nostar Por, feci un test di ammissione alla scuola per super eroi del rugby con la Quaglietta Strizza e sostenni numerose prove per diventare un supereroe (compreso assistere al numero da ventriloquo dell'Uo-Morani), e combattei al fianco dei W-Men, ma questa, come direbbe qualcuno, si sa, è un'altra storia.